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Fascismo e antifascismo

A scorrere una bibliografia degli studi italiani sulla Tunisia, si rimane colpiti dal numero di lavori pubblicati negli anni che vanno dal 1922 al 1945. Di fatto la maggior parte della pubblicistica italiana su Tunisi e la Tunisia si colloca proprio in quegli anni, con ricerche che spaziano in tutti i campi. Se si escludono gli studi propriamente storici relativi all'archeologia o alla pirateria in genere, si nota un fiorire di opere sulla comunità italiana che ne analizzano le origini e l'importanza, insistendo sul lavoro, approfondendo temi fino ad allora mai trattati come l'agricoltura e la pesca. Non è casuale che proprio in quegli anni scrittori minori, come Clarice Tartùfari, ambientino alcune loro opere nella comunità italiana di Tunisia.

Il tema degli Italiani di Tunisia è molto di moda, se così si può dire, durante il fascismo, proprio perché quella comunità diventa oggetto importante nella politica estera dell'epoca.

In Tunisia, l'opera di fascistizzazione prende l'avvio sul finire degli anni Venti e si conclude nell'arco di una decina d'anni inglobando tutte le istituzioni italiane esistenti sul territorio tunisino. Artefice di questa operazione fu il console Bombieri (1929-1936). Passarono sotto controllo fascista le istituzioni scolastiche in toto che divennero centri di propaganda insieme ai circoli culturali (Dante Alighieri, Dopolavoro, ecc....), alle associazioni sportive, all'ospedale stesso. Da queste strutture vennero esclusi tutti coloro che non erano iscritti al fascio, come fu il caso, ad esempio, del dottor Enrico Calò che fu costretto ad abbandonare l'ospedale in cui lavorava da vent'anni, come testimonia la figlia Clotilde. O quello del vice-console di Susa, Gabriele Medina, che appariva così poco entusiasta da essere sostituito nel 1928, da Loffredo Morganti, espressamente arrivato dall'Italia, fervente sostenitore della causa fascista e ottimo propagandista.

^ il Console Generale Enrico Bombieri (1929-1936)


Obiettivo primo dell'opera di propaganda fu quello di inquadrare il tradizionale sentimento di italianità facendolo coincidere con il fascismo. Strumenti ne furono i vari centri del Dopolavoro attivati in modo capillare in tutte le città del territorio tunisino. Si curò in modo particolare l'educazione dei giovani attraverso le scuole che, oltre a fornire un buon indottrinamento teorico, imposero anche allenamenti para-militari come riferiscono i frequenti rapporti della polizia inviati al Residente Generale di Francia. Un ruolo particolare ebbero le Colonie Estive per i Fasci Italiani all'Estero che, nell'arco di dieci anni, permisero a ben 23 000 ragazzi di conoscere il paese d'origine e di essere meglio formati al culto dei valori fascisti.

La stampa svolse un ruolo essenziale nell'opera di fascistizzazione della comunità. Le autorità consolari si preoccuparono presto di sostenerla economicamente, e giunsero successivamente ad imporre uomini propri, come avvenne per L'Unione che, per sopravvivere, accettò una lunga fase di ristrutturazione (dal 1928 al 1933) per diventare infine l'organo del fascismo in Tunisia (v. M. Brondino, La stampa italiana in Tunisia, 1998, pp. 97-98). Negli anni Trenta si assiste alla nascita di un gran numero di periodici (Michele Brondino ne conta 16), in cui prevale un atteggiamento fideistico che si esprime con l'esaltazione retorica degli ideali fascisti, la celebrazione agiografica di Mussolini e dei gerarchi più importanti, la valorizzazione entusiastica delle opere compiute dal governo.

La penetrazione aggressiva in tutte le istituzioni che la comunità si era data nel tempo non mancò di produrre i suoi effetti. Soprattutto nel proletariato rurale e urbano l'adesione fu elevatissima. Ciò si spiega facilmente se si prende in considerazione la condizione psicologica di quello strato sociale utilizzato come manodopera a basso costo, sfruttato e disprezzato. In questo stato di sudditanza senza via d'uscita se non la naturalizzazione, la retorica fascista ebbe la funzione di presa di coscienza della propria dignità. Bisogna considerare anche che il fascismo, nella sua applicazione reale e quotidiana, era lontano. In Tunisia giungevano soltanto gli echi esaltati e reboanti della propaganda. Per i contadini e gli operai che vivevano in tuguri umidi, con una marmaglia di figli denutriti, questo luccichio apparve come un bagliore di speranza, l'occasione di poter finalmente alzare la testa, di considerare la propria appartenenza come motivo di orgoglio e non più di vergogna. E' tra le loro fila che si contano i volontari per la guerra di Spagna e per l'Etiopia. Altrettanto forte fu l'adesione dei piccoli proprietari terrieri e dei piccoli imprenditori edili che non vedevano crescere la stima sociale insieme all'ormai raggiunto benessere economico.

Molto più diversificati appaiono gli atteggiamenti della borghesia. Buona parte condivise in un primo momento gli ideali del fascismo

«...la cui ideologia d'ordine e di lavoro nella metropoli contro i disordini della rivoluzione rossa, di riscatto per la vittoria mutilata, di rivendicazione coloniale e di affermazione dell'Italia quale grande potenza soprattutto nel Mediterraneo veniva incontro alle aspettative della colonia, in particolar modo delle sue élites che erano per lo più liberali e laiche, raggruppate in logge massoniche.» (v. M. Brondino, op.cit., p. 84)

La maggioranza dell'élite italiana accettava il fascismo in quanto al governo, quindi in una situazione di legalità legittimata dal re stesso. Una parte tuttavia non si rassegnava a subire una dittatura. Nelle famiglie in cui ancora sopravviveva la memoria storica della militanza nei movimenti risorgimentali, si formarono i primi gruppi antifascisti. Ma scegliere di opporsi al fascismo non fu semplice. In alcune famiglie si vissero rotture drammatiche fra genitori e figli o fra fratelli.

Agli albori del fascismo, l'opposizione si manifestò attraverso alcuni giornali la cui pubblicazione era irregolare a causa dei mezzi scarsi a disposizione. Ma queste voci vennero presto tacitate con minacce, intimidazioni, infiltrazioni o veri e propri tentativi di corruzione. L'antifascismo a Tunisi diventò dunque clandestino. Sostenuti dalla Concentrazione Antifascista di Parigi, i dissidenti italo-tunisini svolsero, pur nella clandestinità, una serie di attività : assistenza ai rifugiati politici, lotta più o meno aperta, pubblicazione del periodico L'Italiano di Tunisi (1936-39), organo della Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo (LIDU), unica voce di dissenso nel panorama italo-tunisino prima dell'uscita del Giornale (1939) diretto da G. Amendola.

Il volantinaggio e le azioni di disturbo furono costanti e, qualche volta, portarono a sviluppi imprevedibili. La sera del 13 febbraio 1937, un gruppetto di antifascisti (fra cui Loris Gallico e Maurizio Valenzi) si recano al cinema Midi-Minuit con l'intento di fischiare Ciano di cui si proiettano le imprese in un filmato a cura dell'Istituto Luce. La situazione degenera rapidamente in rissa violenta che impone l'intervento della polizia. Ne segue un processo in cui Santamaria, direttore del giornale L'Unione, viene condannato.

Nel settembre dello stesso anno, giunge a Tunisi la nave-scuola Amerigo Vespucci. Gli antifascisti predispongono una distribuzione di volantini ai giovani cadetti. Questo fatto viene considerato come una provocazione dagli ufficiali che organizzano una spedizione punitiva. Al Circolo Garibaldi in cui si recano i cadetti, in quel momento vi è soltanto il giovane Giuseppe Miceli, un falegname di ventidue anni, che è ucciso con un colpo di pistola. La sede del Circolo viene saccheggiata e nel parapiglia che segue, alcuni giovani militari sparano all'impazzata ferendo tre commilitoni, mentre alcuni altri saltano dalle finestre cadendo sulle vetrate di un caffè sottostante dell'avenue de Paris. La polizia interviene ed arresta alcuni ufficiali. Ma essi sono riaccompagnati nottetempo a bordo e la nave-scuola salpa all'alba. Non vi sarà nessuna inchiesta sulla morte di Miceli da parte delle autorità francesi che hanno probabilmente interesse a tacitare il fatto, forse per evitare un incidente diplomatico. Il funerale del giovane, come riferisce Nadia Spano che ne fu testimone, attira comunque un numero impressionante di persone. La notizia dell'aggressione compare anche sulla stampa internazionale, compresa quella italiana che tenta di giustificare l'operato dei giovani militari.

Ben prima di questo tragico avvenimento, la borghesia italo- tunisina si era pian piano allontanata dal regime fascista, anche se non tutti assunsero atteggiamenti di aperto dissenso. Già il delitto Matteotti aveva seminato i primi dubbi. Ma altri avvenimento sopravvennero nel corso degli anni Venti e poi ancora nella prima metà degli anni Trenta. A raffreddare gli animi aveva certamente contribuito l'allontanamento di persone conosciute e fidate dalle istituzioni, sostituite da personaggi arrivati direttamente dall'Italia, spesso arroganti e ignoranti del modus vivendi locale.

Ma più di tutti colpirono gli accordi Laval - Mussolini firmati a Roma il 7 gennaio 1935. (v. La question italienne). La comunicazione dei loro contenuti venne fatta dal console in una pubblica assemblea. La notizia fu una doccia fredda. Gli Italiani che tanto avevano lottato contro la politica di naturalizzazione praticata con costanza dalla Francia, si sentirono traditi. Un'intera comunità veniva liquidata in cambio del disinteressamento francese nei riguardi della politica espansionistica dell'Italia in Etiopia. 'Un sacrificio immenso che si può fare solo per la patria che si adora ', commentò il giornalista Beppe Pegoletti (in Corsica, Tunisia, Gibuti. Dal taccuino di un inviato speciale, 1939, pp. 124-125). Un tradimento vero e proprio: questo fu il sentimento di molti.

Ad allontanare definitivamente buona parte della borghesia italo - tunisina dal regime furono le leggi razziali la cui promulgazione fu vissuta come un vero e proprio choc da tutti quegli ebrei che avevano sinceramente creduto nel fascismo. Alcuni di loro optarono immediatamente per la nazionalità francese. Altri non furono in grado di sopportare tale situazione che li precipitò in una depressione così profonda da condurli al suicidio. Fu il caso del dottor Bensasson e del dottor Ortona, persone stimate da tutti.

^ Il dottor Cesare Ortona (1875-1942)





Fonti: J. Bessis - M. Brondino - C. Calò - B. Pegoletti - R. Rainero - N. Spano





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