siete in » home » storia » 1815 - 1861






Rifugiati politici

L'antica tradizione di fuggire sull'altra sponda del Mediterraneo quando in Italia si verificano fatti politici particolari, riprende con più intensità all'inizio dell'Ottocento, in concomitanza con i movimenti che portarono all'unificazione dell'Italia.

^ Camillo Borgia


Stabilire una data d'inizio dell'emigrazione politica italiana verso Tunisi è alquanto semplice in quanto i primi esuli arrivano con la Restaurazione. Un dei primi è Camillo Borgia, compromessosi con il governo pontificio, che giunge nel 1815 e ben presto si dedica agli scavi archeologici, contribuendo al ritrovamento dell'antica Utica.

Se inizialmente solo alcuni individui scelgono di rifugiarsi in Tunisia, successivamente si verificano ondate migratorie in coincidenza con i moti rivoluzionari. Negli anni immediatamente successivi al 1821, giungono a Tunisi soprattutto carbonari dall'Italia meridionale, con sbarchi che si succedono fino al 1824. Spesso Tunisi viene considerata una tappa verso altre mete come Marsiglia o Alessandria d'Egitto. Quindi sbarchi ed imbarchi si susseguono per cui diventa complesso stabilire il numero esatto degli esuli. In particolare, i profughi provenienti dall'Italia meridionale, soprattutto dalla Sicilia, grazie alla vicinanza geografica, spesso arrivano clandestinamente, oppure dichiarano falsi nomi o non si presentano al consolato, e, altrettanto clandestinamente ripartono. Inoltre, dal 1826, questi esuli si confondono con l'emigrazione stagionale che, proprio a partire da quella data, si fa più intensa.

Fra il 1830 ed il 1835 arrivano a Tunisi esuli dall'Italia centrale, dopo i moti falliti di Modena, Bologna, Parma e della Romagna. Anche i moti piemontesi del 1833 e quelli successivi del 1837 in Abruzzo e Calabria porteranno esuli in Tunisia. In questo periodo giunge Pompeo Sulema da Livorno, che sarà il fondatore di una delle prime e più importanti strutture scolastiche del paese. Nel 1833, si stabilisce a Tunisi il piemontese Luigi Calligaris, fondatore e direttore per numerosi anni della Scuola Militare. In questo suo ruolo, farà assumere alcuni ufficiali esiliati in qualità di docenti.

Ma il personaggio più importante che approda, verso la fine del 1834 o l'inizio del 1835, nel porto della Goletta è Giuseppe Garibaldi. Condannato a morte in contumacia il 3 giugno 1834, dopo la fallita cospirazione di Genova, era riuscito a fuggire a Marsiglia. Fattosi assumere nella flotta di Hussein Bey, prese il comando di una fregata che il Bey aveva acquistato a Marsiglia e la portò fino al porto tunisino. Per alcuni mesi Garibaldi visse a Tunisi con alcuni mazziniani (come ricorda una lapide posta su Palazzo Gnecco a Tunisi). Fra questi ultimi vi è Gaetano Fedriani che diverrà il punto di riferimento tunisino di Mazzini e il coordinatore di numerose attività di sostegno alla causa italiana. Una quindicina d'anni dopo, il 19 settembre 1849, Garibaldi giunse una seconda volta a Tunisi. Ma nel frattempo, era diventato un personaggio famoso, e fu probabilmente la sua fama ad essergli d'ostacolo. Il Bey infatti non gli concesse l'autorizzazione a scendere a terra per timore di dimostrazioni. Due giorni dopo, Garibaldi ripartì senza aver potuto incontrare alcuni amici, e soprattutto Fedriani, a cui era legato sin dal comune esilio a Marsiglia nel 1834.

Profughi continuarono ad arrivare fino all'Unità d'Italia. In prevalenza erano siciliani, sia per vicinanza geografica, sia perché l'isola era particolarmente scossa da rivolte sempre duramente represse. Quando nel gennaio 1848 la rivolta incendiò l'isola, molti Siciliani a Tunisi chiesero protezione al console piemontese, in quanto non riconoscevano più l'autorità del console napoletano.

La vita quotidiana degli esuli era spesso molto difficile. I rifugiati livornesi che avevano la fortuna di essere sostenuti dai concittadini già da tempo a Tunisi potevano sperare di riprendere le attività professionali che avevano esercitato in patria. I sudditi del regno delle Due Sicilie si trovavano in più gravi difficoltà. Usufruivano di un sussidio consolare che tuttavia non permetteva di vivere decorosamente, soprattutto quando l'esule era accompagnato dalla famiglia, fatto d'altronde piuttosto frequente. Spesso la loro era una condizione di totale miseria, «tanto che alcuni, per campare la vita, erano stati costretti a mendicare» (E. Michel, Esuli italiani in Tunisia, 1941, p. 43). In questa difficile situazione finivano per contrarre debiti che non erano poi in grado di onorare. La situazione economica della Tunisia dell'epoca era tale che pochi riuscivano ad ottenere un impiego.

'Il numero degli europei bisognosi era accresciuto fuor di ogni credere, i viveri erano saliti a carissimo prezzo, il lavoro mancava, la moneta non circolava e la miseria per conseguenza era divenuta sensibilissima.'

Così riassume la situazione tunisina negli anni intorno al 1851 Ersilio Michel (op. cit., p. 274) deducendola dalle lettere che il console delle Due Sicilie De Martino inviava regolarmente a Napoli.

Alcuni esuli, per poter vivere, insegnavano l'italiano soprattutto ai bambini italiani, ma anche ai Tunisini in quanto l'italiano era la lingua straniera più conosciuta e parlata e 'i costumi generali [erano] tutti italiani ', come scrive Corrado Politi in una lettera indirizzata a Fabrizi del 22 luglio 1854. Fra i tanti che furono insegnanti, Luigi Visconti e Luigi La Rotonda furono organizzatori e docenti di corsi di italiano, una istituzione scolastica in nuce. Ma soprattutto importante fu il carbonaro livornese Pompeo Sulema che, nel 1831, insieme alla sorella Ester organizzò la prima vera scuola che era laica e prevedeva l'insegnamento di tutte le materie in italiano. Nel 1840, avviò una scuola italiana il livornese Giuseppe Morpurgo, indirizzata in particolare agli israeliti, che funzionò fino al 1863.

Fra tanti esuli, alcuni ebbero la possibilità di iniziare attività professionali che permisero loro di raggiungere un buon tenore di vita. In genere, sulla scia dei livornesi stabiliti a Tunisi da tempo, divennero commercianti di olio d'oliva, grano, pelli e lane, che avviavano verso i porti italiani, in particolare Genova e Livorno. Alcuni si lanciarono in attività nuove per un paese musulmano, come il commercio dei vini o l'allevamento e il commercio dei maiali, prodotti che sicuramente venivano smerciati nelle comunità cristiane presenti sul territorio tunisino e probabilmente esportati. Alcune attività contribuirono decisamente alla modernizzazione del paese, com'è il caso dell'istallazione, nel 1860, delle prime macchine a vapore per macinare il frumento ed altri cereali ad opera del siciliano Francesco Salone che si era associato con un protetto francese, o dell'impianto di una fabbrica di carrozze ad opera del milanese Varesi alcuni anni prima. Più volte era stata chiesta l'autorizzazione a pubblicare un giornale, sempre rifiutata dal Bey. Solo nel 1859, uscirà Il Corriere di Tunisi, che verrà pubblicato fino al 1881.

I medici ebbero l'opportunità di lavorare alla corte del Bey oppure in altri ambiti, come fu il caso del dottor Mugnaini che fu impiegato a corte, ma che ebbe modo di esprimere le competenze acquisite a Livorno, in occasione di un'epidemia di colera. Mugnaini è una personalità di tutto rilievo fra gli esuli: mazziniano fedele, il suo impegno a favore dei connazionali indigenti, che curava senza compenso, fu costante.

^ il dottor Mugnaini


In molti casi, gli esuli, una volta stabilitisi in Tunisia, richiamavano la famiglia. Pertanto il numero continuava a crescere. Capitava spesso che si celebrassero matrimoni fra giovani connazionali. Molto prima che in Italia dunque, si verificò a Tunisi l'amalgama fra italiani di diverse regioni situate a volte agli estremi confini del futuro regno. Per citare un esempio fra tanti, Luigi La Rotonda che proveniva da Rionero in provincia di Potenza, sposò la figlia di un negoziante genovese, Rosa Ferraro, da cui ebbe cinque figli.

Giunti in Tunisia, questi esuli non dimenticarono la causa per cui erano stati esiliati, né i problemi della madrepatria. Parteciparono a lotterie, sottoscrizioni, 'banchetti democratici ' indetti in varie occasioni. Ad esempio, per contribuire alla I° guerra d'Indipendenza, per aiutare Brescia dopo l'inondazione del 1851 e il Piemonte dopo l'alluvione del 1858, per le famiglie dei combattenti della II° guerra d'Indipendenza, ecc.... Un gruppo si arruolò allo scoppio della I° guerra d'indipendenza, un altro partì per la guerra di Crimea. Ma, fatto importante, a Tunisi si formarono logge massoniche e soprattutto fu creata una sezione della Giovine Italia grazie a Gaetano Fedriani che, diventato segretario del conte Raffo, allora ministro degli esteri del Bey, aveva potuto, in un viaggio diplomatico a Londra, incontrare Mazzini con cui era in amicizia da tempo. La sezione tunisina della Giovine Italia manteneva contatti con Londra tramite Nicola Fabrizi, esule modenese a Malta, oppure per mezzo di Benedetto Calò, esule livornese di antiche ascendenze fiorentine, in cui Mazzini aveva la massima fiducia '([....] il cittadino Calò che io amo e stimo per lo zelo di cui ha dato prova in ogni occasione.' Epistolario mazziniano, lettera 1152, Londra 29 ottobre 1851).

Nei dieci anni che precedono l'Unità d'Italia, le attività dei mazziniani tunisini si intensificano. Gli scambi epistolari di Fedriani con Fabrizi a Malta si fanno più frequenti. In generale comunque la 'corrispondenza criminosa ' (E. Michel, op .cit., p. 259) sempre più fitta fra gli esuli e i loro corrispondenti a Malta o altrove è sotto l'attenta e costante sorveglianza dei consoli e delle loro spie. Tunisi diventa il centro del passaggio occulto non solo di lettere, ma anche di opuscoli, giornali, proclami. Data la dedizione degli esuli tunisini e la particolare posizione geografica, Mazzini progetta uno sbarco in Sicilia a partire da Tunisi:

'Pensiamo alle armi e materiali da guerra; e se occorrerà, si farà deposito per la Sicilia (....)' (Citato da E. Michel, op. cit., p. 269).

Il progetto di sbarco in Sicilia ebbe sorte alterna, poi venne definitivamente abbandonato. Tunisi divenne ad ogni modo il punto di raccolta di armi e munizioni, in quanto il mercato delle armi era libero, almeno fino al 1858 quando vennero applicate misure più restrittive sia per il commercio delle armi che per lo sbarco di stranieri che non avessero un regolare passaporto. Quelle armi, insieme ad altre provenienti da Malta, furono poi inviate in Sicilia al momento dello sbarco dei Mille. In quella occasione Fedriani, che era a quell'epoca agente a Tunisi della società Rubattino, si adoperò non soltanto per l'invio di armi, ma provvide al rimpatrio di coloro che volevano riprendere la lotta, e si diede da fare per raccogliere denaro da inviare a Garibaldi.

I rifugiati politici continuarono a partecipare attivamente a tutti gli avvenimenti che si susseguirono nella madrepatria, con aiuti concreti, fino al completamento dell'unità del paese. Il primo console generale, Eugenio Fasciotti, giunse nell'agosto del 1861, atteso dalla piccola comunità che aveva dato con abnegazione il proprio contributo alla causa dell'Unità d'Italia.

Molti di coloro che avevano combattuto, che avevano sacrificato gli anni di gioventù in un esilio, non lontano geograficamente, ma faticoso e difficile, decisero di rimanere nel paese che li aveva accolti, in cui avevano con il tempo creato una famiglia e un'attività professionale soddisfacente. Erano arrivati in un paese arretrato, che viveva degli ultimi bagliori della corsa sul Mediterraneo. Ora assistevano ai primi sobbollimenti della modernizzazione, che essi stessi in parte avevano contribuito ad avviare. Risucchiati dal loro quotidiano, ormai adattati alla vita in un paese comunque aperto ed ospitale, avevano con ogni probabilità raggiunto un benessere materiale ed un equilibrio che non volevano più mettere in gioco con un nuovo trasferimento. Perciò si fermarono in Tunisia, dando origine a famiglie - Calò, Cardoso, Finzi, Lumbroso, Ortona, Medina, Molco, Morpurgo, Spezzafumo, per citarne alcune - che costituiranno il nucleo della borghesia italo - tunisina. Rimarranno negli anni fedeli agli ideali del Risorgimento su cui modelleranno le istituzioni di cui saranno fondatori e tenaci sostenitori.


Fonti: E. Michel





I cookie ci aiutano ad erogare servizi di qualità.
Utilizzando i nostri servizi, l'utente accetta le nostre modalità d'uso dei cookie.

maggiori informazioni