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Ricostruire la lingua degli italiani di Tunisia appare un'operazione estremamente complessa, perché complesso è il tessuto sociale. Da una parte, una borghesia colta che parla un buon italiano oltre che un buon francese e non tralascia l'arabo tunisino. Dall'altra, la maggioranza di siciliani fortemente impregnati della propria cultura e schiacciati verso il basso, quindi a contatto costante con le classi povere tunisine.

Sebbene più semplice in quanto il materiale è ancora a disposizione, la ricostruzione della lingua scritta rimane ancora da fare. In realtà il materiale da esaminare è immenso. Per la sola stampa, Michele Brondino elenca un numero impressionante di periodici (123, per l'esattezza) per un lasso di tempo che va dal 1838 al 1956. Inoltre, le opere letterarie, benché non numerose, non sono ancora state analizzate da questo punto di vista. Gli studi finora condotti sulla comunità italiana di Tunisia hanno in gran parte tralasciato la ricerca linguistica. Un'accurata lettura di tutto ciò che è stato scritto permetterebbe di analizzare il tipo di lingua e di verificare l'ipotesi di una sua originalità rispetto a quella usata in Italia negli stessi settori e negli stessi periodi.

Altrettanto complesso appare ricostruire la lingua parlata. Intanto perché il duplice percorso che necessariamente si deve tenere a mente, complica decisamente il lavoro. Quale italiano parlava la borghesia? Quello più o meno standard parlato dalla borghesia italiana alla stessa epoca? Oppure si può osservare una presenza del francese e/o dell'arabo? Per la componente siciliana, il recupero può sembrare più semplice, in quanto sopravvivono ancora dei parlanti. Tuttavia, si avverte l'urgenza di recuperare le ultime testimonianze di questa lingua condannata irrimediabilmente a morte: quando sarà scomparsa la generazione di coloro che avevano intorno ai quarant'anni negli anni Sessanta, questa lingua non esisterà più.

A titolo d'esempio, si analizza di seguito la lingua parlata dai Siciliani poiché permette comunque di cogliere i rapporti che si sono creati con gli altri gruppi presenti sul territorio.

Nei primi anni della loro presenza in Tunisia, la lingua parlata dai Siciliani deve aver subito numerose trasformazioni: le diverse parlate locali si sono uniformate e sono diventate un unico dialetto. Attraverso quali percorsi tale processo si è sviluppato è difficile dire. Si possono però avanzare ipotesi credibili. E' plausibile pensare che di fronte a termini diversi per indicare lo stesso oggetto, i parlanti abbiano optato per quello più utilizzato, cioè utilizzato dal numero più grande di persone. Quando è difficile stabilire la supremazia di un termine, si finisce per ricorrere all'arabo (per 'arabo' si intende la lingua parlata dai Tunisini). Molti sono gli esempi che confermano questa ipotesi. Ne cito solo due:

albicocca: i diversi termini siciliani (varcocu, bbarcocu, piricoculu, pricocu) confluiscono nell'arabo musc' mesc', spesso italianizzato soprattutto dagli anziani in musce mesce.

secchio: dalle varie accezioni seccia, bagghiolu, catu, cuatu, diventa stallu.

Il fenomeno di introduzione di nuovi elementi nel siciliano riguarda quasi esclusivamente il lessico. Fonte principale di prestiti linguistici , almeno fino quasi alla seconda guerra mondiale, è l'arabo. Nel siciliano di Tunisia, gli arabismi affiorano copiosi. E' necessaria tuttavia un'analisi scrupolosa del lessico poiché nel siciliano classico esiste un buon numero di vocaboli di origine araba. Parole come balata (grossa pietra piana, lastra), babbusci (chiocciola, lumaca) , gebbia (vasca di raccolta dell'acqua), cafisu (antica misura per olio), mischinu (poveretto), cuscusu rappresentano il substrato antico a cui s'innestano un certo numero di nuovi termini, italianizzati completamente.

A volte il vocabolario è arricchito da sinonimi sempre di provenienza araba. E' il caso della parola cuscusera (particolare tegame per cuocere il cuscus), attestata soprattutto nella provincia di Trapani, a cui si aggiunge cuschesa (keskes), con lo stesso valore semantico. Si verifica anche il caso in cui il termine di origine araba viene rafforzato a scapito di un sinonimo di altra origine. Un esempio è dato dalla parola babbusci (chiocciola, lumaca) che finisce per prevalere su babbalusci di probabile ascendenza greca (boubalàkion).

Penetrano nella lingua dei Siciliani di Tunisia molti termini riguardanti oggetti di uso quotidiano, con particolare riferimento alla cucina, ma soprattutto le formule di cortesia e le esclamazioni: la buona educazione tunisina si avvicina molto alla sensibilità siciliana. Ciò è evidente soprattutto nelle campagne. Gesti ancestrali, credenze, la base stessa della cultura rurale siciliana hanno molti punti in comune con il mondo rurale tunisino. Entrambi appartengono alla stessa cultura mediterranea.

Si può tranquillamente affermare che tutti gli ambiti del vivere quotidiano annoverano prestiti dall'arabo. In un primo momento i termini introdotti sono adeguati foneticamente, successivamente migliora il rispetto per la fonetica originaria. Per fare un esempio, la parola shakshuka (piatto tipico della cucina tunisina) viene pronunciata dagli anziani, ancora negli anni Cinquanta, sciacasciuca, ma nello stesso periodo viene articolata correttamente dai giovani. Gli esempi più calzanti si riferiscono al nome di luoghi o città, che vengono tutti italianizzati e spesso rimangono tali fino quasi ad oggi. Così Ammanetta solo negli anni Cinquanta si adegua al corretto Hammamet. Ma altri luoghi mantengono l'antica italianizzazione, come è il caso di Benarusa (Ben Arous) oppure Babbafella (Bab-el-Fellah)

Comunque i termini introdotti dall'arabo vengono assimilati totalmente al punto da adattarsi alle stesse regole morfologiche del siciliano. La parola culla (brocca), ad esempio, accetta il plurale culle e non disdegna il diminutivo culliscedda. Entrano inoltre in espressioni idiomatiche che soppiantano totalmente quelle originarie, come ad esempio Fari una kifìa (da kif = piacere - significa: togliersi un piacere).

L'apprendimento della lingua nazionale avviene, per coloro che possono frequentarle, nelle scuole italiane fino alla seconda guerra mondiale. E' un insegnamento rigido che non tollera dialettismi e che condanna quindi il siculo-tunisino relegandolo ad un sottolinguaggio per il popolino. Resta da chiedersi che cosa rimane dell'apprendimento della lingua nazionale quando, al di fuori del contesto scolastico, l'italiano è una lingua decisamente subalterna al francese nelle sedi e situazioni ufficiali e scarsamente utilizzata nell'ambito famigliare ad eccezione, s'intende, della borghesia. Tuttavia, i Siciliani di Tunisia aspirano a frequentare la scuola italiana, in quanto espressione di prestigio sociale, prestigio che cresce a dismisura durante il fascismo per merito della propaganda martellante inneggiante all'italianità. E accettano di buon grado che l'italiano sia identificato come il sistema dominante, mentre il siciliano viene percepito come inferiore. Questo atteggiamento ha favorito, con ogni probabilità, l'italianizzazione di alcuni termini dialettali. L'avverbio pejo, ad esempio, è utilizzato dagli anziani, almeno fino agli anni Cinquanta, ma viene considerato un arcaismo dalle generazioni più giovani che usano esclusivamente l'italiano peggio. Il termine cuteddu (coltello) sopravvive nei proverbi, ma viene sostituito nella lingua quotidiana dall'italianizzante curtello, così come puddusinu (prezzemolo) diventa persemelo.

La chiusura delle scuole italiane e la dispersione dell'élite intellettuale, alla fine della seconda guerra mondiale, tagliano in modo drammatico i legami fra la comunità e le proprie radici. La generazione nata dopo il 1940 sarà totalmente francesizzata. Ma ancora più grave appare il fatto che questa forzata francesizzazione avvia la comunità italiana ad una sorta di amnesia culturale. Nell'arco di una decina d'anni, la question italienne può dirsi risolta: alla fine dell'epoca coloniale, i giovani italiani ignorano tutto del paese d'origine. Non esistono più occasioni di far uso della lingua nazionale e quindi di mantenerne viva la memoria se non con l'ascolto della radio. Il siculo-tunisino rimane ad un ruolo di sub-linguaggio di cui vergognarsi. La lingua e la cultura francesi diventano l'unico sistema egemonico possibile.

Se, da un punto di vista culturale, si coglie la drammaticità di tali fatti, dal punto di vista strettamente linguistico, si osserva nel siculo-tunisino un arricchimento lessicale con l'introduzione di un buon numero di francesismi. Entrano dapprima termini relativi al mondo scolastico, poi soprattutto i termini relativi alle innovazioni tecniche: tutto il vocabolario relativo all'automobile e al suo motore è francese. Ma è francese anche il nome di piatti introdotti nell'uso comune. Si nota, per esempio, che le varie minestre tradizionali mantengono il nome dialettale, mentre i passati di verdure, che sono un'innovazione d'ispirazione francese, vengono chiamati genericamente soupe. L'arrosto, che non esiste nella cucina classica siciliana, viene chiamato rrotì (Lo stesso fenomeno avviene in Sicilia in cui il sistema dominante è rappresentato dall'italiano. Pertanto, mentre l'arrosto è rrotì per un siculo-tunisino, diventa arrostu per un siciliano. In questo ed in altri esempi simili, si coglie il divario che con il tempo si crea fra i parlanti delle due rive). Da notare che il nome di oggetti inesistenti nel XIX° secolo entrano nella lingua a partire dal francese, come sono francesi i termini relativi a cerimonie socialmente rilevanti come il matrimonio. In quest' ultimo caso, come per la cucina, si nota un'adesione sempre più stretta al modello francese che implica, di conseguenza, un abbandono di costumi e modi di vivere tradizionali.

L'immagine che i Siculo-tunisini hanno dei Francesi è riflessa in alcune espressioni idiomatiche:


L'esclamazione Ma chère! [letteralmente: Mia cara!, con il significato: Che bello!, Che meraviglia!] riferita prevalentemente a vestiti o ad oggetti, mima in maniera un po' maldestra i modi francesi percepiti come estremamente raffinati;

L'espressione Mancu 'n Francia ['neanche in Francia'] traduce molto bene l'ammirazione per qualcosa (un arredamento, una festa, ecc?) che supera di gran lunga tutto ciò che di meglio esiste al mondo;

La frase M'assicutano i francisi [letteralmente: mi inseguono i francesi, con il significato: Ho molta fame] sottintende il rigore dei francesi nell'inseguire il nemico, un rigore che non lascia nemmeno il tempo di mangiare.

In questi pochi esempi, si coglie il duplice volto dei francesi al potere: oggetto d'ammirazione da una parte in quanto portatori di una cultura raffinata, e di timore dall'altra in quanto padroni assoluti del piccolo mondo in cui vivono i siculo-tunisini. In questa realtà non rimane che appropriarsi della chiave di lettura di questo mondo: la lingua. Sistema dominante in assoluto diventa dunque quello francese, mentre scompare del tutto il richiamo al mondo culturale italiano.

Alla fine degli anni Cinquanta, quando la lingua parlata dagli Italiani di Tunisia arresta all'improvviso la sua evoluzione a causa della diaspora che disperde la comunità fra Italia e Francia, essa appare estremamente variegata dal punto di vista lessicale.

Comincia appena ad accogliere i primi mutamenti morfosintattici: l'espressione vegno d'arrivare, calcata sul gallicismo je viens d'arriver [sono appena arrivato] sostituisce nei parlanti più giovani il siciliano ora ora arrivai.

Dal punto di vista fonetico, i suoni francesi sono tutti acquisiti. Per citare un esempio, parole, come jupe [gonna], lustre [lampadario] vengono pronunciate correttamente.

Nell'arco di un secolo circa, il siciliano di Tunisia acquista in qualche modo un suo spazio di autonomia rispetto al dialetto di Sicilia e alle sue varianti. In Tunisia, il primo stadio è rappresentato dalla ricerca di omogeneità fra le diverse parlate. Successivamente, nuovi apporti lessicali dall'arabo e dal francese, insieme all'italianizzazione di un certo numero di termini, ne modificano il vocabolario. Tuttavia la struttura morfo-sintattica, a parte alcuni lievi cambiamenti, rimane inalterata, proprio perché il processo evolutivo si arresta di colpo. Il siculo-tunisino rimane pertanto un figlio minore non del tutto autonomo dalla lingua madre e ne diventa una variante.

Cosa rimane oggi di questa lingua così variegata? Gli Italo - tunisini hanno abbandonato questo modo d'espressione a favore della lingua nazionale del paese in cui vivono. Presso coloro che si sono stabiliti in Italia, il dialetto sopravvive ancora nella parlata degli anziani, ma solo in ambito famigliare. Si nota in loro la sostituzione progressiva dei prestiti dal francese con i termini corrispettivi italiani. Tendono a mantenersi invece i termini arabi, ad accezione di quelli che trovano un sostituto perfettamente calzante in italiano. E' il caso di matabbìa definitivamente sostituito con magari.

Gli Italo - tunisini che vivono in Francia hanno, salvo casi sporadici, totalmente sostituito il dialetto con il francese, anche in ambito famigliare. L'uso del dialetto si verifica quasi esclusivamente a contatto con i parenti che vivono in Italia. Questo uso ristretto ha fatto sì che il siculo - tunisino si sia mantenuto intatto nel tempo solo fra i parlanti residenti in Francia, diventando una specie di lingua della memoria. Oggi è soprattutto ascoltando queste persone che si può sperare di raccogliere testimonianze di questa lingua.

Questa breve carrellata sulla lingua degli Italiani di Tunisia è sicuramente incompleta. Affronta in modo rapido un solo aspetto della questione. D'altronde, non esistono ancora studi d'insieme sull'argomento. I meccanismi linguistici per cui i Siciliani si sono appropriati di modi di dire appartenenti alle altre culture presenti sul territorio tunisino rispecchiano bene la realtà in cui hanno vissuto. La lingua che hanno elaborato attraverso le varie contaminazioni di cui la loro cultura si è nutrita ci appare particolarmente degna di attenzione, in quanto documento storico insostituibile.
Fonti: Marinette Pendola



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